Antonio Caronia non è più tra noi





Ancora un addio per il mondo della fantascienza, del giornalistmo, ma, direi soprattutto, della cultura postmodernista.
Molte le cose che varrebbe la pena ricordare, tra tutte il collettivo milanese Un’ambigua utopia, ispirato fin dal nome al romanzo di Ursula K. LeGuin (I reietti dell’altro pianeta).
Mi piace ricordare L’invasione dei mar/x/ziani, pacifica invasione aliena per le strade di Milano, il 15 settembre 1978, durante la quale si dichiarò l’occupazione del pianeta Terra, un modo di fare propaganda decisamente postmoderno e avanti sui tempi.

Rabbia. Ovvero quando anche Palahniuk scrive fantascienza

Come diceva Rant Casey, scrive Chuck Palahniuk nel suo romanzo del 2007 Rant (Rabbia), la gente ti rende famoso parlando male di te finché sei vivo, oppure cantando le tue lodi quando non lo sei più. Per sua fortuna, Palahniuk ha ragione solo in parte. Se è vero alcuni lettori storcono il naso solo sentendone il nome, non esitando a parlarne male, l'autore statunitense ha saputo comunque raccogliere moltissimi consensi, anche oltreoceano, pur essendo fortunatamente ancora fra noi. Non a caso il suo sito ufficiale si chiama The Cult (Il Culto). Un autore complesso come Palahniuk tende a provocare reazioni opposte. O lo si detesta. Oppure lo si ama.
Detto così, è vero, sembra un po' un cliché. Ma c'è un fondo di verità. Durante il tour promozionale del suo libro Haunted (Cavie), libro strutturato come raccolta di diversi racconti sullo sfondo di una storia che li collega tutti, molte furono le persone (settantatré per l'esattezza) che sentendolo leggere il racconto Guts (Budella) persero i sensi. Le descrizioni molto crude – il racconto narra la vicenda di una masturbazione dall'esito a dir poco fallimentare – hanno di certo contribuito all'incidente, ma non è da sottovalutare nemmeno l'effetto che l'autore stesso, per via dell'aura trasgressiva che lo circonda, è riuscito a trasmettere al pubblico.
E se la realtà non fosse altro che una malattia? si domanda Palahniuk in Rant. La sua missione sembra proprio quella di utilizzare questa patologia che è la realtà, sviscerandola, e mostrandoci come sia possibile modificarla. In nessuno dei suoi romanzi il protagonista muore, né mai morirà, per scelta dichiarata dell'autore. Per quanto estremi possano essere i suoi romanzi, dietro a quella coltre malata, si rivela sempre una positività di fondo che caratterizza lo stesso Palahniuk. Nel seguente video lo scrittore del Portland ci spiega perché secondo lui il futuro della narrativa è roseo:




Palahniuk, come dimostrato ad esempio in Fight Club, è prima di tutto un critico della società. I suoi metodi saranno molto diversi da quelli dei soliti autori di fantascienza sociologica, ma è il medesimo animo critico a motivarli.
Rant è un libro particolare, molto ricco di idee, alcune originalissime, altre meno – nel romanzo ad esempio ci vengono proposti dei transfer di memorie, concetto già proposto nella fantascienza – ma che comunque riesce a mischiare tanti di quei concetti disparati, e a farlo bene, da rendere l'opera un lavoro che non può lasciare indifferente l'amante del genere. Perché è proprio questo che abbiamo in mano quando sfogliamo Rant: un romanzo di fantascienza.
Si sente spesso dire che la fantascienza è in crisi. Che un autore, con un seguito di pubblico così ampio, abbia abbracciato il genere potrebbe essere un'ottima cosa. Molti dei suoi lettori probabilmente leggeranno per la prima volta qualcosa di fantascienza proprio leggendo Rant. E non è detto che non si lascino tentare anche dai vari Dick, Ballard o addirittura Clarke.
Quando uno scrittore, per quanto controverso – e non è detto che essere controversi sia per forza una qualità negativa, tutt'altro – decide di avvicinarsi a un genere come quello della fantascienza, genere che ha sofferto il pregiudizio di molti critici, accademici e lettori, dovrebbero essere gli amanti stessi della fantascienza a non commettere lo stesso errore, respingendo con un altro loro pregiudizio l'autore.
Palahniuk è fonte di innovazione. Col suo caratteristico stile minimalista potrebbe aiutare a gettare un ponte fra il mondo della fantascienza, troppo spesso ghettizzato, e il resto della realtà narrativa contemporanea.

Come costruire un universo secondo Philip K. Dick

Gli amici mi domandavano: "Ma non stai scrivendo niente di serio?", intendendo dire: "Non stai scrivendo qualcos'altro, oltre alla fantascienza?". Questo è un passaggio tratto da un saggio firmato Philip K. Dick, dal titolo: How To Build a Universe That Doesn’t Fall Apart Two Days Later (Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni). Un saggio interessante in quanto l'autore, che ai tempi – parliamo del periodo fra il 1978-1985 – non godeva ancora della celebrità di oggi, celebrità giunta purtroppo troppo tardi, analizza quale dovrebbe essere il ruolo dello scrittore di fantascienza.
Spesso considerata come letteratura di serie B – basti pensare alla reticenza che alcuni critici e accademici dimostrano nel definire fantascienza importanti capolavori di critica sociale come 1984 di George Orwell e Brave New World (Il mondo nuovo) di Aldous Huxley, cosa che chiaramente sono – la fantascienza ancora oggi paga lo scotto di un passato che l'ha vista emergere nella cultura popolare fra le pagine dei pulp magazine americani.
Malgrado tutto, però, la fantascienza è ancora fra noi, con nuovi autori interessanti sia all'estero che all'interno dei confini italiani. Se è sopravvissuta fino a oggi significa che gli autori di fantascienza hanno in effetti qualcosa da dare.
Ma cosa?
Dick scrive: Ebbene, vi parlerò dei miei interessi, di ciò che io considero importante. Non posso spacciarmi per un'autorità in nessun campo, ma posso dire in tutta sincerità che alcune materie mi affascinano moltissimo, e passo tutto il mio tempo a scriverne. Le due questioni che più mi affascinano sono: "Che cos'è la realtà?" e "Che cosa caratterizza l'autentico essere umano?".
L'autore prosegue sottolineando come, essendo la realtà soggettiva, sia legittimo dubitare fino a che punto è plausibile una forma di comunicazione autentica. Quali messaggi arrivano a noi attraverso i mass media? Gli “pseudomondi” mediatici, realtà modificate in modo tale da cambiare il nostro modo di percepire la realtà, sono positivi o incoraggiano alla passività? Quasi sempre sono le forze dell'ordine a vincere nei film. Qual è il messaggio se non, come scrive Dick, che opporsi all'autorità è inutile e bisogna quindi sottomettersi? Fino a che punto veniamo manipolati a nostra insaputa? E quali sono i risultati? Secondo Dick: La pioggia di pseudorealtà comincia molto rapidamente a produrre esseri umani inautentici, spurii, falsi quanto i dati da cui vengono assediati su ogni lato.
Forse il ruolo dello scrittore di fantascienza consiste proprio in questo: non essendo esperto di nulla, può osservare le cose dal di fuori e aiutare la gente a vedere ciò che nella vita di ogni giorno – come il significato degli “pseudomondi” creati dai mass media – passa inosservato.
Il saggio, molto interessante, può essere consultato interamente qui.

Utopia, dal Regno Unito la nuova serie tv must-watch

Chili in polvere, candeggina, sabbia e un cucchiaio sono gli ingredienti di una delle scene più cruente della nuova serie tv di Channel 4. Spesso le scene di violenza possono risultare gratuite, ma non in questo caso. Utopia, titolo breve ma di sicuro effetto, mescola assieme gli elementi più disparati: uno scienziato che fa un patto col diavolo, teorie del complotto, un'ambientazione capace di risucchiare lo spettatore nelle grigie atmosfere urbane inglesi, umorismo e personaggi ben delineati. Soprattutto, però, lo fa in modo egregio.


La storia ruota attorno a una graphic novel, un romanzo a fumetti noto come The Utopia Experiments, che sembrerebbe profetizzare gli eventi catastrofici sia naturali che causati dall'uomo dell'ultimo secolo. La narrazione avviene su diversi binari che sembrano scorrere parallelamente ma che in realtà mirano a incrociarsi.
Da una parte abbiamo un piccolo gruppo di quattro geek che decide di incontrarsi, dopo che il collezionista Bejan annuncia di essere in possesso della seconda parte della graphic novel. Si tratta di un manoscritto rarissimo.
Rarissimo e prezioso, tanto che sembra esserci un gruppo segreto, The Network, deciso a far di tutto per impossessarsene. Il gruppo composto da Becky, una ragazza dal passato enigmatico, l'informatico Ian che tende a razionalizzare tutto, un complottista, Wilson Wilson, che sembrerebbe un po' fuori di testa e un bambino che ha già imparato le leggi della strada, si troverà ben presto a dover fuggire da due sicari, ingaggiati dall'associazione segreta, che lasciandosi dietro una scia di sangue continuano a domandare alle loro vittime: Dov'è Jessica Hyde?
Chi sia la donna però non sembra saperlo nessuno, nemmeno lo spettatore.
L'altro percorso narrativo è marcato invece da un complotto farmaceutico legato a dei vaccini di origine russa, un uomo sulla cinquantina e una prostituta messa incinta proprio da quest'ultimo.
E poi, forse, c'è di mezzo anche il diavolo.
Le atmosfere cupe, l'ottima cura dei dettagli, la capacità di divertire un istante e far raccapricciare la pelle quello dopo, rendono questa nuova serie tv del regista Mark Munden una boccata di aria fresca, qualcosa di diverso dai soliti schemi narrativi di stampo americano che tendono a rendere la televisione ripetitiva e prevedibile. Non rimane che sperare che la serie, che verrà trasmessa su Channel 4 in sei episodi, venga presto proposta anche in Italia. Nel frattempo è possibile esplorare il sito e il profilo Facebook, ricchi di materiale. Segue il trailer della serie.

Benvenuto a Roberto Bommarito


È con grande piacere che Kipple Officina Libraria dà il suo benvenuto in redazione a Roberto Bommarito. Scrittore di talento - ricordiamo che proprio  in ambito Kipple si è aggiudicato il Premio Short-Kipple 2012 con il racconto Scarti - e grande appassionato di narrativa fantastica (ma non solo), laureato in Psicologia, Roberto collabora con diversi siti e riviste digitali. 

Roberto immetterà nuova linfa vitale nel blog della nostra casa editrice, con articoli e segnalazioni che vi stupiranno. Appuntamento dunque a presto: Roberto è già alla tastiera del suo PC, pronto a sfornare il suo primo post per i lettori Kipple.

Scrivere ciò che si conosce nella fantascienza e la sospensione dell’incredulità

Peter F. Hamilton sa usare ciò che
conosce per mostrarci il suo futuro.
“Scrivi ciò che conosci.”
Quante volte noi scrittori abbiamo sentito questa frase e quante volte abbiamo scosso la testa?
Ci sono autori che sono così legati a questo concetto da raccontare storie che finiscono per diventare auto-referenziali e, diciamocelo, mica tanto interessanti, a meno che uno non abbia una vita fuori dal comune.
Se il suo significato andasse preso alla lettera, l’intera letteratura del fantastico non avrebbe senso di esistere. Questo perché non è possibile conoscere qualcosa che non esiste.
Ammettere che esiste un problema in questa famosa affermazione, allo stesso tempo, non significa che la si debba ignorare completamente. Come per tutti i consigli letterari, va interpretata.

Quando si suggerisce di scrivere di ciò che si conosce, non si intende di concentrarsi solo su questo, ma di inserire anche questo nei propri libri. La differenza tra le due interpretazioni è enorme.
Sebbene si raccontino storie ambientate in luoghi immaginari e con tecnologie impossibili, ciò che rende la storia vera sono invece i piccoli dettagli e su di questi ci si dovrebbe concentrare nel narrare di ciò di cui si ha esperienza.
Possono essere i piccoli gesti dei personaggi, o le relazioni interpersonali, tutti aspetti che sono universali e prescindono la collocazione spaziale o temporale di una storia. Ma ancora ci si può riferire a luoghi reali, sebbene trasferiti in contesti che non lo sono affatto. O ancora si possono citare elementi della nostra quotidianità reinventati nell’ambito della storia fantastica.

Di esempi ce ne sono tantissimi. In questo periodo sto leggendo il bellissimo “Fallen Dragon” di Peter F. Hamilton, probabilmente il più grande autore di fantascienza britannico contemporaneo. Hamilton scrive romanzi lunghissimi, cosa che è già di per sé molto peculiare. Racconta inoltre di futuri molto lontani, nel caso specifico si parla del venticinquesimo secolo. È ovvio che la sua fantasia svolge un ruolo fondamentale nel riempire le oltre ottocento pagine del libro. Ed è altrettanto ovvio che non può avere una conoscenza diretta di come sarà la Terra fra quattrocento anni, né tanto meno eventuali colonie umane in altri pianeti. Ma, se si legge il suo libro, ci si accorge che ciò che lo rende veramente coinvolgente non sono le tecnologie superavanzate in sé, ma la storia umana dei protagonisti.
In questo romanzo si vede la regola dello “scrivi ciò che conosci” applicata in mille modi diversi. C’è la storia di un adolescente goffo, simile a quella di un qualsiasi suo coetaneo reale. C’è una Terra del futuro, che però è riconoscibilissima. Hamilton si sofferma addirittura a mostrare come le costruzioni di Amsterdam lungo i canali siano esattamente come nel passato, con le carrucole per sollevare i mobili e portarli dentro le case.
Quest’ultimo esempio mostra la potenza dell’applicazione di questo principio. Io sono stata ad Amsterdam e nel leggere il passaggio in questione mi sono trovata lì in un secondo.
L’inserimento di elementi reali, conosciuti, dentro una storia di fantascienza ha la capacità di ancorare il lettore a qualcosa di ben chiaro nella sua mente, che fa parte della sua esperienza personale, e grazie al quale viene poi portato a sospendere la sua incredulità rispetto a tutto il resto.

Tempo fa ho parlato su FantaScientificast di come questo meccanismo funzioni bene con la religione. Noi tutti abbiamo a che fare con la religione, volenti o nolenti. Anche se non siamo credenti, gli elementi religiosi, soprattutto del Cristianesimo, fanno parte del nostro background culturale. Ed ecco che, se un autore inserisce una religione, temi o reali elementi riconducibili alla religione (da citazioni bibliche a strutture gerarchiche che ricordano la Chiesa, fino a elementi architettonici), il lettore li riconosce e prende una posizione, di accordo o disaccordo, nei loro confronti, finendo per immedesimarsi nella situazione e nei personaggi.

Il discorso del raccontare ciò che si conosce è ancora più marcato nella fantascienza, quando questa affronta argomenti scientifici, che di solito si basano sempre su qualcosa di reale.
Ancora nel libro di Hamilton sono presenti tecnologie incredibili che permettono all’uomo di viaggiare attraverso portali in luoghi posti a distanze inimmaginabili o di modificare interi pianeti per renderli adatti alla sopravvivenza umana. È ovvio che qui spesso si mostrano elementi del tutto inventati, ma la maggior parte dei dettagli invece si basa su teorie scientifiche ipotizzate o addirittura dimostrate, da cui l’autore prende spunto per sviluppare la parte più speculativa.
Ma è proprio in questo modo che si realizza la magia. Talvolta i due tipi di informazione sono così strettamente legati che anche il lettore dotato di una preparazione scientifica fatica a stabilire dei confini netti tra ciò che è reale e ciò che è inventato. La competenza dell’autore su ciò che è reale si confonde con l’uso della fantasia per ciò che è inventato. E ancora una volta si osserva la perfetta messa in atto della sospensione dell’incredulità.


Riccardo Valla ci ha lasciato

Saggista, giornalista, traduttore (tra i molti romanzi ha tradotto Il Codice Da Vinci), ma soprattutto appassionato di fantascienza ed esperto di protofantascienza, Riccardo Valla ha raggiunto Vittorio Curtoni ed Ernesto Vegetti. In soli 3 anni la fantascienza italiana ha perso tre colonne portanti, tutte e tre sotto i 70 anni.
Una preghiera e un plauso alla sua opera.

La stamberga dei lettori recensisce Trans-Human Express

Su LaStambergaDeiLettori è comparsa una bella recensione al romanzo di Lukha B. Kremo, Trans-Human Express. Il romanzo, finalista al Premio Urania è presente sia in edizione cartacea che in eBook senzaDRM. Ecco, qui sotto, un estratto della rece:
L'autore, da buon connettivista, pur usando e in certi casi apertamente omaggiando luoghi comuni della sci-fi, dal pericolo di un asteroide al complotto mondiale, mescola in maniera innovativa cyberpunk, fisica quantistica, viaggio nel tempo, intelligenze artificiali e molto altro ancora, in un prodotto riuscito, coerente, dal ritmo frenetico. Se la struttura, inevitabilmente limitata, è quella del thriller classico, con capitoli brevissimi e ampi salti spaziali da un contesto a un altro, da un personaggio all'altro, l'abilità dell'autore si fa evidente in piccole ma preziose scelte narrative che strappano violentemente la storia dai netti confini del romanzo di genere. Molto apprezzabile, ad esempio, è la - letteralmente - parentesi descrittiva dei personaggi via via introdotti, in un modo che sembra quasi scimmiottare simpaticamente la sintesi wikipediesca, e che pure riesce a dare, con poche parole, solidità e consistenza ai personaggi anche più marginali. Allo stesso modo le brevi ma esaurienti digressioni forniscono le informazioni sugli sviluppi futuri ideati dall'autore, che arricchiscono l'ambientazione generale così distante (eppure non troppo) nel tempo.

Classifica degli ebook più venduti di kipple.it

Ecco la Top10 degli ebook più venduti della Kipple Officina Libraria (totale dall'inizio delle pubblicazioni ebook, ovvero 2 anni e 3 mesi).

1) Il gatto di Schrödinger, di Lukha B. Kremo
2) Due mondi, di Francesco Verso
3) eDoll, di Francesco Verso
4) Sogno di un futuro di mezza estate, di Francesco Verso
5) Antidoti Umani, di Francesco Verso
6) Trans-Human Express, di Lukha B. Kremo
7) Le balene di Maath / Zombie Carpocalypse, di Giuseppe Agnoletti e Domenico Mastrapasqua
8) Å e altre storie, di Lukha B. Kremo
9) Aethra, di Michalis Manolios
10) Flush / Electronic Noises, di Francesco Verso e Sandro Battisti


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