Il Teschio di Hirst a Palazzo vecchio

Letto su [www.posthuman.it]

Il calco di platino di For the Love of God di Hirst è tempestato di 8.601 diamanti al massimo grado di purezza o con pochissime imperfezioni, per un totale di 1.106,18 carati. Sulla fronte è incastonato un grande diamante rosa a forma di goccia anche noto come “la stella del teschio”. I denti sono stati ricavati da un cranio vero del Settecento acquistato da Hirst a Londra.
“Tutti stanno parlando dell’arte a Firenze in questo momento perché è esposto un teschio…”.
Ma chi è Damien Hirst? Un affabulatore provocazionista che fa soldi a palate o un artista che sta gridando un messaggio che pochi capiscono?
Che tutti parlino del teschio non ce ne deve fregare niente, se vogliamo dare un senso al lavoro di Hirst. Non dobbiamo “parlare di”, “stupirci di”, “offenderci per”, dobbiamo pensare da soli, concentrati sull’opera stessa, senza fronzoli.
E allora, ci dispiace che Hirst ammazzi farfalle e sfrutti animali per le sue opere, ma vogliamo indignarci per un artista un po’ “toccato” o per i milioni di animali sfruttati e maltrattati quotidianamente dell’allevamento e gli altri innumerevoli solo per noia o divertimento, per non parlare dei bambini (di uomo)?
Piuttosto, cosa ha da dire veramente Hirst?
Secondo me è ossessionato dalla morte, ne ha paura, cerca di esorcizzare il proprio evento-morte trasferendolo sugli altri, come il più indifeso degli uomini. Il suo lavoro sarà inutile, credo, Hirst morirà come tutti gli altri, ma spero che questa sua ossessione si trasformi in un momento di riflessione per chi lo comprende.
Questo lo si capisce dal modo ossessivo in cui lavora, dai soggetti e da un innegabile senso di provocazione, spettacolarizzazione, segno di innegabile egocentrismo. Egocentrismo che noi utenti d’arte speriamo si stemperi col tempo.
Cosa che succede, secondo me, con questo For the Love of God. Sembra che Hirst abbia trovato una soluzione alla morte: Dio.
Ma, guardando il teschio diamantato dritto nelle orbite, c’è qualcosa di più profondo. La critica al mondo del lusso (“un diamante è per sempre”) è evidente, ma il teschio (i denti sono originali del Settecento) richiama soprattutto la riflessione sulla Vanitas umana tanto di moda in quel secolo, fa specie il contrasto tra la pietra preziosa più dura e antica della Terra (per nascere un diamante ha bisogno di 4 miliardi di anni, è su quegli strati così antichi della Terra che i cercatori di diamanti scavano) e la molliccia finitezza umana.
Non basteranno 4 miliardi di anni (e di dollari) a evitare la morte (quella di Hirst, la nostra e quella di chi si può comprare tutto).
La morte è parte integrante della vita, il suo culmine, e il diamante è la cristallizzazione dei nostri ideali di immortalità.
Quindi basta stupirci degli sghiribizzi di un artista impaurito della morte, aiutiamo Hirst a guarire cercando di riflettere sulla morte: l’unico vero motivo che può portarci a vivere una vita più “autentica”. 

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